19.12.2025 |
Categoria: Riflessione |
1.5 minuti tempo di lettura | Autore: Josias Burgherr
L’autorealizzazione occupa un posto di grande rilievo nella nostra cultura. E anche se, come cristiani, la guardiamo giustamente con spirito critico, non ne siamo del tutto immuni. Chi trova di più in Gesù, trova nello stesso tempo anche se stesso. Chi vive secondo il piano di Dio, sviluppa i propri doni e talenti.
Chi vive come il suo Creatore ha pensato, orienta la propria vita in modo armonioso. Il piano di Dio per ciascuno di noi è unico. Tuttavia, senza volerlo, a volte mettiamo l’essere umano al centro e riduciamo Dio a un semplice sostenitore. La nostra fede, infatti, si adatta facilmente allo schema dell’ottimizzazione della vita. Il pericolo è questo: se nel discepolato si tratta soprattutto di Gesù e di me, alla fine non rimane molto di più dell’autorealizzazione. Solo quando gli altri entrano nel nostro campo visivo, il discepolato acquista la sua giusta ampiezza. Ed è in questa ampiezza, con lo sguardo rivolto agli altri, che l'essere discepoli trova il suo vero posto.
Osservo con piacere la “Heart of God Church” (HOGC) di Singapore. Conta oltre 5000 membri, per la maggior parte giovani adolescenti. Ogni anno, centinaia di loro giungono alla fede in Gesù. Fa parte della loro cultura del Regno di Dio essere sale e luce per il proprio ambiente. Con passione, i ragazzi e i giovani pregano per i loro compagni di scuola, fondano gruppi di preghiera negli istituti e sperimentano come i loro amici arrivano alla fede. E qui sta il punto: non si tratta semplicemente di formare nuovi discepoli tra i neoconvertiti, ma di restare dentro quel ciclo che, in Matteo 28,19, unisce il “andate dunque” al “fate discepoli”. Chi giunge alla fede in Gesù Cristo diventa, in quello stesso momento, parte dell'azione dell' “andate”.
Tendiamo verso questo stesso movimento. Il nuovo tema pluriennale “Chiesa per gli altri” dovrebbe caratterizzarci nella nostra identità come Chiesa Viva. Dietrich Bonhoeffer disse: “La Chiesa è Chiesa solo quando esiste per gli altri”. Questo significa che la Chiesa non è chiamata all’auto-ottimizzazione, ma è mossa, nel profondo, da ciò che muove Dio: dal desiderio di raggiungere, ispirare e sostenere le persone, in particolare coloro che si trovano fuori dalle mura ecclesiastiche. Il tema degli ultimi anni, “Discepolato”, continua a risuonare in questo cammino, poiché il discepolato è la compagna costante di uno stile di vita missionale. Quando comprendiamo che entrambe le dimensioni, missione e discepolato, sono indispensabili e inseparabili, compiamo un passo decisivo. O meglio ancora: grazie a noi, anche gli altri possono avanzare di un passo, perché l’auto-ottimizzazione passa in secondo piano.